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La criptonite sentimentale e perché é meglio averla, onestamente

Mi ricordo quando avevo quattordici anni e la mia idea di relazione era modellata sul film piú melenso e al tempo stesso deprimente ed emozionante dell’ultimo millennio — Moulin Rouge! di Baz Luhrmann. Se non l’avete visto (ne dubito), é una storia d’amore che ha ben poco di credibile: uno scrittore e una ballerina/prostituta si innamorano nel giro di una sera, ma la relazione non puó funzionare perché lei, appunto, lavora in un bordello. Una cosa tira l’altra e lei muore (ve l’ho detto che era deprimente). Il che non é uno spoiler perché il protagonista lo annuncia entro i primi sette secondi del film. Un anno dopo, lo scrittore, il quale ha ormai ceduto allo sfacelo e ha dimenticato cosa sia l’igiene, si libera di un peso scrivendone sulla sua macchina da scrivere ottocentesca. Insomma, a quattordici anni mi ritrovavo ad essere piú disperatamente romantica che realista. L’incantesimo si é spezzato quando ho iniziato ad avere relazioni romantiche io stessa — un sacco di cose deprimenti, sí, ma nessuno é mai finito a scriverne tutto puzzolente su una macchina da scrivere ottocentesca, probabilmente data la banalitá che ogni relazione del ventunesimo secolo ha in sé come prerogativa. Niente prostitute morte dopo una grande opera teatrale, niente uomini che piangono senza mai farsi una doccia per un anno intero. Niente amore al primo o secondo sguardo. Ci piacerebbe, ma la realtá é che ci piacciamo, usciamo, facciamo un casino delle nostre vite sentimentali, piangiamo nel cuscino per un mese e poi ci ritentiamo con un po’ meno fiducia della volta prima.

Ma torniamo un attimo al piangere nel cuscino per un mese. Per quanto i nostri migliori amici e amiche ci diano dei coglioni e degli smidollati, o piú teneramente cerchino di tenerci su di morale con un giro di birre al bar all’angolo, l’assenza di prostitute morte dietro a un sipario e di cuori spezzati per anni a venire non ci toglie dall’interpretare la nostra comune rottura come il dramma del secolo e pure del secolo scorso. Colui o colei che ci ha spezzato il cuore é bellissimo/a, indimenticabile, e mai troveremo uno/a come lui. Almeno, questo é quello che ci diciamo mentre ascoltiamo Adele a tutto volume piangendo amare lacrime nell’orsetto di peluche regalatoci a Natale 1993. Sono ancora troppo giovane per dare un’opinione sul fatto — non sono certa che alcuni cuori spezzati lo rimangano per sempre un po’, o se il prossimo manzo di turno riesca a far dimenticare quello precedente, e dal momento che gente piú vecchia di me mi regala sempre opinioni contrastanti a riguardo, non posso neanche avere una congettura molto vaga. Ma se c’é una cosa che mi é rimasta dall’era della mia passione Moulin Rouge! é senz’altro il romanticismo spietato che mi porta a credere che siamo tutti un po’ degli sfigati cosmici — ognuno di noi ha o avrá la sua criptonite, che significa un qualcuno che ci ha fatto il cuore a pezzi passandoci sopra con un carrarmato, e la visione del/la quale ci fará sempre un po’ venir voglia di andare in bagno a vomitare dall’ansia.

Nella mia teoria della cosmologia cinematografica dell’amore, la criptonite é meglio se viene trovata negli anni adolescenziali. Da adolescenti siamo tutti pieni di ormoni e non esattamente brillanti, quindi buttarci un po’ di criptonite non puó che far bene all’equilibrio cosmico. Trovare criptonite sentimentale dopo i 20, invece, puó essere piú problematico. Per quante ne abbiamo passate con tutti i fidanzati e le fidanzate che ci hanno tradito con i vicini di casa senza troppi complimenti, e per quanto ci paghiamo le bollette e abbiamo un lavoro e mangiamo verdure a cena, il che é etichetta ufficiale dell’etá adulta, ci ritroviamo nuovamente a piangere in un cuscino ascoltando Adele e a chiederci se forse passare all’altra sponda sia una buona idea.

La criptonite sentimentale fa schifo, sia chiaro, ma inizio a pensare che forse alla fine riesca a donare un po’ di profonditá alle nostre vite fatte di orari di lavoro, esami universitari e vicini che spostano mobili alle 2 di notte. Forse, e qui azzardo, il motivo per cui i nostri cuori rimangono spezzati cosí a lungo é perché un po`di drama non puó che farci bene, farci sentire creativi, pieni di significato. Farci sentire vivi, per una volta, nel mezzo dei nostri doveri e trantran quotidiani. Non c’é niente che possa far sentire piú vivi che una pugnalata al cuore data con convinzione (e metafora, chiaramente). Non c’é nulla di piú piacevole del fare nuovamente un sorriso sincero dopo un mese chiusi in casa ad ascoltare canzoni tristi e strappare petali di margherite immaginarie. Forse siamo tutti un po’ influenzati dal cosmo Moulin Rouge! perché ne abbiamo bisogno — abbiamo bisogno di sentire che la passione esiste ancora, che nonostante Tinder, appuntamenti al buio molto imbarazzanti e selfies di grigliate nei prati per far credere al nostro ex che siamo spensierati quando in realtá abbiamo appena pianto in bagno, un po’ d’anima rimane da qualche parte.

E allora soffriamo — soffriamo con tutto il cuore per una relazione comune finita come sempre finisce, e siamone segretamente fieri. Perché, anche se fa un male cane, sappiamo che vuol dire qualcosa. Vuol dire che non siamo automi paga-bollette e mangia-verdure, ma anime in pena in un mondo noioso, che scriviamo su macchine da scrivere ottocentesche immaginarie storie dai finali drammatici. E cantiamo dei nostri amori perduti. Perché, anche se puzzolenti e un po’ strani, sappiamo che finalmente la nostra é una storia da raccontare.

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