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Lasciare andare non é un traguardo, ma un percorso (di merda)

Avete presente la scena finale in Tarzan della Disney (spoiler alert, se proprio siete dei rinnegati) dove Jane si butta a mare per rimanere nella giungla con Tarzan? Per contestualizzare, la vispa e romantica Jane si trova su una barchetta diretta alla nave che la riporterá alla sua Inghilterra, ai suoi studi sui gorilla, alle sue sottogonne vittoriane. Colta da un improvviso lampo di amore/follia, invece, decide di lanciarsi in acqua e tornare a riva, lasciandosi alle spalle usi e costumi britannici e la civiltà in generale. Il padre non solo la lascia andare a vivere con un semi-sconosciuto cresciuto dai gorilla (“Segui il tuo cuore, cara,” o qualcosa di questo genere), ma si butta in acqua a sua volta, apparentemente ignaro della sua tarda etá e della sua inadeguatezza al vivere allo sbaraglio nella giungla. Ma sto divagando. 

Se Jane mai rimpiangerá questa scelta un poco affrettata non lo sapremo mai, ma possiamo ben immaginarcela impigliata in una liana o tra le fauci di qualche giaguaro di lí a poco, padre anziano a seguito. In ogni caso, per amore della storia, questo possibile svolgimento non é importante, perché il momento in cui Jane decide si seguire il cuore invece che il cervello é quello piú alto del film, subito seguito dalla morte infausta del cacciatore di gorilla che aveva cercato di sterminare la famiglia di Tarzan come un vero stronzo. Il punto di questo gesto folle é che Jane segue il suo cuore, il padre segue sua figlia, nessuno si fa due domande e i protagonisti raggiungono l’apice di ogni storia che si rispetti che é la rivelazione, il lasciare andare di tutti i pesi, la vittoria sopra le sfighe che fino a quel momento li hanno attanagliati. E l’amore, chiaramente, ma quello non manca mai.

In questo momento in cui noi poveri sfigati della Generazione Y facciamo finta di essere capaci a fare gli adulti, inizio a rendermi conto di alcune convinzioni che film vari della mia infanzia e adolescenza sono riuscite a inculcarmi nel cervello ben oltre le aspettative. Tenendo gli occhi aperti per non cascare nella trappola del Principe Azzurro (un altro spoiler: non esiste, e se esiste al massimo arriva in metro), non mi sono resa conto di essere inciapata in numerosi altri cliché. Uno tra tutti, il lasciare andare, la vittoria finale, vista come momento unico e trionfante. Un momento di crescita, una rivelazione quasi religiosa, un attimo di chiarezza che fa luce sul futuro. Ed é solo adesso che mi accorgo, dopo tante cadute, che pure questa é una menzogna vergognosa. Non fraintendetemi: le rivelazioni esistono, certo. Ma tante, a intervalli regolari, passo dopo passo verso un traguardo di cui probabilmente ci si accorgerá solo tempo dopo averlo tagliato.

Ció che tradizionalmente si lascia andare, noi coi problemi dell’Occidente, é una relazione andata male, un amico che é diventato scemo, un sogno infranto di cui si cerca ancora si rimettere insieme i cocci. Quante volte avete guardato il vostro ex dopo tante notti in lacrime e avete pensato, “Sai cosa c’é? Che te ne vai affanculo”? E quante altre volte vi siete ritrovati di nuovo in lacrime una settimana dopo, di nuovo a sperare in un messaggio, uno squillo, una faccina su Whatsapp? Probabilmente poi vi siete sentiti come dei poveri scemi, dei falliti che non sanno rimanere sulla giusta via, ma che si tormentano in un’altalena di dolore e incertezza. Notizia ANSA: vi sbagliate. L’altalena é normale. L’altalena é umana.

Qui é la questione e la risoluzione allo stesso tempo. Io, certo, non ci sono arrivata da sola. Mi ci sono volute un numero di cadute e altrettante illuminazioni per rendermi conto che ognuno di questi momenti che sembrano cosí rivoluzionari e liberatori sono in realtá nient’altro che piccoli attimi di luciditá in un lungo percorso di cadute. E soprattutto, mi ci sono voluti saggi amici che giá ci erano passati che mi hanno preso per mano e mi hanno detto “Forza e coraggio”, e mi hanno mostrato la via con un sorriso e un abbraccio. La vera vittoria, pare, non é il momento in cui ti rendi conto di aver bisogno di una svolta. E´ quando alla svolta ci sei giá arrivato col sudore della fronte e ti guardi indietro, e dici “Ah.” E´ quando ci si sveglia felici rendendosi conto di non averlo fatto per un bel po’. E’ quando le sfighe che ci attanagliavano, immagino, sembrano piccole piccole come i continenti visti dallo spazio.

Se solo riuscissimo per dieci minuti a renderci conto che lasciare andare non é un traguardo, ma un percorso di un secolo e mezzo, saremmo tutti un po’ meno tormentati. Ci godremmo le vittorie, quelle piccole, invece di aspettare la rivelazione dell’anno e la libertá da lí a poco da ció che ci fa pesare il cuore. Invece di aspettarci di essere come Jane, e arrivare all’apice della nostra avventura e lanciarci in acqua senza rimpianti, dovremmo darci piú tempo e fare di ogni passo avanti un traguardo a sé stante, ma aspettandone altri. Dovremmo pensarci due volte a lanciarci a mare per andare a vivere in una giungla coi nostri padri anziani e un semi-sconosciuto cresciuto tra i gorilla perché in un momento ci sembrava fosse lo stadio finale di tutti i problemi. Ma nella giungla ci sono le bestie feroci, e ai gorilla sicuramente Jane stava ancora un po’ sulle palle, e crescere non é un percorso lineare con un traguardo con su scritto ‘ARRIVO’, ma una via tortuosa che fa pure un po’ schifo. Cerchiamo di essere romantici e spontanei, certo, ma non torturiamoci perché i nostri cuori non seguono i nostri momenti rivelatori. Ci arriveranno anche loro. Col tempo.

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